
(Jacques de Molay, la morte sul rogo)
Il 18 marzo 1314, Jacques de Molay moriva condannato al rogo dal Re di Francia Filippo IV il Bello dopo aver ritrattato la sua confessione di colpevolezza innanzi al popolo che lo stava ascoltando. Con questo gesto eroico Jacques de Molay sapeva che avrebbe messo fine alla sua esistenza ma condotto al rogo con la mani giunte si rivolse verso la Vergine Maria e il suo spirito già volava alto nel cielo.
Jacques de Molay e la condanna al rogo
Jacques de Molay, ultimo Gran Maestro dei Poveri Commilitoni di Cristo e del Tempio di Salomone meglio conosciuti come Cavalieri Templari, moriva condannato al rogo il 18 marzo 1314, all'ora dei vespri, su un isolotto disabitato che sorgeva al centro della Senna, con sentenza emanata dal Re di Francia Filippo IV il Bello.
Secondo una fonte contemporanea allo svolgersi degli eventi, il Gran Maestro fu portato a Parigi innanzi al popolo formato da più di 50.000 persone; fecero leggere il testo scritto della presunta confessione di de Molay, ma egli si voltò verso il popolo gridando che quel testo era falso, che lui non aveva mai proferito quelle parole e che era un buon cristiano.
Dovette quindi tacere quando un soldato del Re lo colpì con violenza sulla bocca e lo trascinò per i capelli lontano dal popolo fino a che la folla fu dispersa.
Il Maestro fu condotto in barca sull'isolotto della Senna dove era stato allestito il rogo ed egli rivolse le sue ultime preghiere e si abbandonò nelle mani dei suoi carnefici.
Jacques de Molay era un uomo anziano più che settantenne, era già imprigionato da sette anni e ci possiamo chiedere se fosse stato possibile che egli terminasse i suoi giorni almeno in un regime di isolamento o prigionia anziché essere messo al rogo, condannato ad una morte atroce.
La messa al rogo fu decisa al mattino del 18 marzo 1314 a Parigi e portata a termine all'ora dei vespri: fu una condanna emanata all'improvviso, senza consultare il Pontefice Clemente V che, peraltro, versava in condizioni di salute molto precarie e risiedeva in quel momento a più di 600 chilometri di distanza in linea d'aria da Parigi nei dintorni di Carpentras.
La sentenza emanata dal Filippo il Bello, aveva tutti i caratteri di un provvedimento emanato in condizioni di emergenza per scongiurare un qualche rischio politico.
Jacques de Molay e Clemente V
Ripercorriamo brevemente i fatti che hanno portato alla fine del Tempio.
Il processo all'Ordine religioso e militare più potente della cristianità era durato ben sette anni e si chiuse per volontà di Clemente V senza alcun verdetto in un contesto di evidente illegalità e ricatto politico da parte di Filippo il Bello.
Il Papa prese questa decisione al Concilio di Vienne nel 1312, accerchiato dai soldati del Re a scopo intimidatorio, trovandosi in una situazione di tremenda incertezza e imbarazzo.
In quella sede, Papa Clemente V con la Bolla Vox in Excelso sanciva che le inchieste condotte sui Templari non avevano fatto emergere evidenti prove di eresia ma, in ogni caso, l'Ordine veniva “sollevato” dall'autorità pontificia tramite un comune atto di tipo amministrativo.
Nonostante gli eventi che comportarono la fine del Tempio, il Papa riservò alla sua persona il giudizio sul Gran Maestro e gli altri dignitari che restavano ancora imprigionati nelle mani del Re.
Già dal 1308, sei anni prima del suo rogo, il Gran Maestro era stato assolto per volontà di Clemente V che lo aveva riammesso alla comunione e gli aveva restituito i sacramenti durante la sua prigionia.
Proprio nel giorno del rogo, il 18 marzo, i quattro principali dignitari del Tempio ossia il Gran Maestro, il Visitatore di Occidente, il Comandante di Guascogna e il Comandante di Normandia, vennero ascoltati da una commissione inquirente formata da Cardinali che agivano in nome di Papa Clemente V.
Il grido di innocenza del Gran Maestro
L'anziano capo dell'Ordine decise di giocarsi quell'ultima occasione per gridare la sua innocenza e quella del Tempio dalle accuse che gli venivano mosse contro e lo fece con un gesto eclatante e plateale tanto da indurre i commissari che lo interrogavano a sospendere l'udienza in modo inaspettato, nell'attesa di prendere una decisione di lì a breve.
Decisione questa, che non fu mai presa in quanto nello stesso pomeriggio, in virtù di un ordine la cui genesi non è ancora stata chiarita, venne allestito il rogo per de Molay all'insaputa dei delegati papali.
Evidentemente, l'esigenza sentita da parte della Corona era di risolvere la questione del Gran Maestro e degli altri dignitari ancora in prigione; erano uomini scomodi, imprigionati ma assolti dal Papa tanto da suscitare il sospetto fra il popolo che potessero essere stati processati ingiustamente.
Ecco delle possibili ragioni per cui si volle porre fine all'esistenza del Gran Maestro con tanta fretta.
Resta un fatto indiscutibile, la pietà religiosa di Jacques de Molay era ben nota alla gente; questo, generò nel tempo la convinzione popolare che il Gran Maestro, morendo in modo così atroce per testimoniare la sua fede e la sua innocenza e quella del Tempio, possedeva il profilo del martire.
Nessuna leggenda avrebbe potuto sorgere su basi migliori di quelle ceneri e di quelle ossa del rogo di Jacques de Molay.
Le ultime parole di Jacques de Molay
Signori,
Almeno slegatemi le mani per un momento
Perché io possa recitare la mia orazione al Signore.
Professo che questo è il tempo e la stagione della mia morte,
Vedo qui il mio giudizio,
Ma la morte mi alletta.
Dio sa chi è in errore e chi ha peccato.
Tra breve li chiamerà,
Coloro che ingiustamente ci hanno condannati.
Dio vendicherà la nostra morte.
Signori - disse - sappiate che in tutta la terra
Quelli che sono contro di noi
Soffriranno per noi.
Questo è il mio credo.
In questo momento, vi prego
Di poter vedere la Vergine Maria.
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